Fatti di cronaca

Chissà in quel salto all’indietro, quanta spinta gli dava il dolore. Dick Fosbury aveva perso il fratellino investito da un camion mentre erano insieme in bicicletta, e la fiducia quando i genitori decisero di divorziare. Figurarsi cosa poteva importare al giovane adolescente americano di rompersi l’osso del collo, “vedrai ragazzo te lo romperai” gli dicevano quando abbandonò basket e baseball e iniziò a cimentarsi con il salto in alto, a modo suo: la schiena oltre l’asticella e lo sguardo verso il cielo. Dick Fosbury voltò le spalle alla sofferenza e si preparava a entrare nella Storia.

L’atleta nato a Portland il 6 marzo ’47 e scomparso a 76 anni, era già una leggenda per me e mio fratello ragazzini e ci chiedevamo quando avremmo provato anche noi a romperci l’osso del collo. Prima di lui il salto in alto somigliava a un gioco da cortile, salto da fermo, poi a forbice, la tedesca dell’est Rosemarie Ackermann fu l’ultima grande atleta a usare negli anni ’70 lo stile ventrale, mentre ormai quasi tutti saltavano con lo stile di Fosbury, che irruppe sulla scena in un anno rivoluzionario, con le sue scarpette spaiate.

Nel ’68 il 21 enne Dick aveva scampato la guerra in Vietnam a causa di un malformazione alla colonna vertebrale, vinse l’oro e conquistò il mondo alle Olimpiadi di Città del Messico, quelle della protesta col pugno alzato di Tommie Smith e John Carlos, di Enriqueta prima donna tedofora e tanto altro ancora.

Si ritirò presto, l’anno dopo. Nella sua autobiografia pubblicata nel settembre 2018 si era considerato tra i peggiori saltatori del suo stato, mi sale allora il ricordo di una frase che lessi su una piccola lavagna in un bar di Ferrol, nell’accogliente Galizia spagnola: “La humildad es la base de la grandeza”. E cosi era Dick Fosbury.

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