Gli occhi spiritati dentro la notte, i piedi caldi, il cuore generoso. Salvatore Schillaci è diventato eroe a sorpresa a 25 anni, re di un Mondiale gettato alle ortiche contro un’Argentina finalista per sbaglio, ma che lo ha consegnato alla Storia. Le sue prodezze riempirono le reti e i taccuini del mondo, anche del più illustre critico della pelota Gianni Brera. Mondiale strepitoso da capocannoniere, sei gol come Paolo Rossi.
Con più fortuna e attenzione anche stessa gloria in una finale sfumata nell’Olimpico di Roma dove l’Italia le vinse tutte e il suo gesto dopo il gol all’Irlanda, l’applauso all’entusiasmo della gente, prometteva il trionfo.
Totò e Pablito stessa sorte, stroncati da un tumore. Schillaci se ne è andato a 59 anni vissuti tra gioie e dolori, la povertà delle origini e la ricchezza venuta da un pallone, senza mai darsi arie. Resta al tramonto il ricordo limpido e malinconico che lega l’uomo e il goleador, come Pierino Prati e Gigi Riva. E adesso lui, piccolo grande siciliano, ragazzo magico di Italia ’90.

