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Cassino 1944, le colline dove riposano i sogni

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L’ultimo tramonto di Jozef Guzowski arrivò con le bombe il 12 maggio del ’44. Nato il 4 luglio, era nell’armata polacca che arruolava deportati di Stalin e fuggiaschi dalla Polonia martoriata dai nazisti. Si sacrificò con migliaia di compagni nell’assalto finale all’abbazia di Cassino. Aveva 18 anni. Come Hugo Glanzer geniere tedesco, come A.G. Corbier fante canadese. Dalla trincea scrutavano il nemico e oltre la siepe immaginavano il futuro. I loro sogni riposano sulle colline.

L’antico monastero era parte del sistema difensivo tedesco ma fu distrutto inutilmente per volontà di un generale neozelandese: sulle macerie la temutissima divisione paracadutisti tedesca, ribattezzata dagli americani Diavoli verdi, resistette con coraggio per tre mesi. I libri e i tesori furono messi al sicuro in Vaticano dai monaci grazie all’ufficiale austriaco e storico dell’arte Julius Schlegel, sensibilità rara nell’orrore del Terzo Reich.

Nel ’44 si combatteva per la libertà dall’oppressione nazista, e la Storia scriveva una pagina molto familiare.
Mio padre Dario e mia madre Gabriella, 13 e 11 anni, si amavano da bambini ma la linea Gustav imposta da Hitler tagliava in due l’Italia e li teneva separati: mio padre costretto coi tedeschi nelle montagne, oggi Parco d’Abruzzo, di San Donato Val di Comino dove era nato, mia madre in città a Napoli, presidiata ormai dall’avanzata degli angloamericani.

Nell’inferno di Cassino persero la vita trentamila ragazzi di tante nazioni, all’Italia lasciarono i loro corpi. Ho visto la loro gioventù fiorita sulle colline seminate di croci e ho sentito i miei passi dove il dolore è muto. L’angelo che li abbandonò 80 anni fa forse adesso è nel fremito del vento e nel canto degli uccelli, mentre una lacrima lava l’altra.

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