Raccontava la vedova Borsellino che l’amore per la vita del marito era nelle cose semplici, “vederlo felice la mattina quando si alzava e guardava la pianta del suo balcone fiorita, Paolo si considerava un francescano, un pellegrino sulla terra, con una forza d’animo e una fede immensi che solo il tritolo poteva abbattere”.
Ha rivelato il giornalista Francesco La Licata che quando Falcone fu chiamato dal ministro Martelli a lavorare a Roma “fu contagiato dal desiderio di una vita normale al punto che una sera venne a prendermi al giornale con una 127 blu scassata e io gli chiesi Giovà ma come fai a andare in giro da solo, senza scorta e lui: la garanzia che non mi succede niente è che io solo so che in questo momento sto qua con te”.
Lo spessore umano di chi è stato ucciso per aver fatto bene il suo lavoro è l’unica cosa che conta nella lotta alla mafia, disse bene Lucio Galluzzo, giornalista poco amato dai mafiosi,il giorno della morte di Borsellino. “La verità è che in questo Paese c’è una struttura del problema mafioso e una sovrastruttura fatta di parole e le parole troppo spesso hanno la prevalenza sui fatti, e dei fatti ci si accorge solo quando essi avvengono e subito dopo vengono rimossi e vengono rimosse le storie umane e professionali della gente che muore, il vero, unico filo dell’antimafia”.
Nelle stragi di Capaci e via D’Amelio avvenute a distanza di 57 giorni tra il 23 maggio e il 19 luglio 1992, con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino persero la vita Francesca Morvillo (prima e unica donna magistrato assassinata) e otto agenti di scorta, tutti siciliani e pugliesi, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Agostino Catalano, Emanuela Loi (la prima donna a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina.

