A 9 anni cercavo la Grecia nei libri di Storia e nella voce di Demis Roussos. Sentivo l’irresistibile simpatia per la sua figura da asceta, l’eleganza che ne ammutoliva l’obesità, la tunica come un sacerdote, la vocazione del canto. Voce meravigliosa, dono del cielo, un dio greco sicuro, che lo ha richiamato presto, a 68 anni.
Demis Roussos è stato un signore della musica, amico del vento, figlio della terra che seminò libertà e democrazia, qui in Occidente. Ha inciso 600 canzoni, venduto 60 milioni di dischi, parlava sette lingue, amava Mozart. Rain and tears colonna triste dei miei 16 anni era ispirata al compositore tedesco Johann Pachelbel, Goodbye my love goodbye emozionava tanto mio padre.
Il mio ponte con la Grecia da bambino era lui e quegli studenti approdati in Italia da tutte le città greche nei primi anni ’70 per iscriversi nelle nostre università, li ritrovavo sotto casa e mi sembravano sbucati dall’Iliade, la barba rassicurante di Demis e il coraggio di Ulisse. Mi regalarono uno dei ricordi più dolci.
Era forse il ’74 e io, 9 anni, mio fratello quasi due in più, bambini dai colori svedesi, scendemmo da casa nei giardini proprio davanti al Politecnico di Ingegneria e lo stadio San Paolo sullo sfondo, per la gioia di calciare due tiri al leggendario super santos, pallone che in quegli anni faceva gola ai ladruncoli da due soldi. Uno di loro, sui 15 anni, ogni tanto ce lo ritrovavamo tra i piedi.
Accadde quel giorno di primavera, che il tipaccio si avvicinò e pur conoscendo le sue intenzioni sfidammo il rischio e continuammo a giocare, finché la palla finì dalle sue parti e lui la rubò dandosi alla fuga.
Due studenti greci sui vent’anni, li ricordo come ieri, la barba antica, in camicia e le borse da studio, attraversavano i giardini proprio in quel momento, videro da lontano due bambini rincorrere un miserabile, mollarono in un secondo le borse a terra e si lanciarono all’inseguimento, tanto bastò che il ladro prese paura e si liberò subito del pallone, per evitare due ceffoni.
Due angeli sbucati dall’Olimpo, cinquant’anni dopo li vedo ancora venirci incontro, i loro occhi felici dentro i nostri, mentre ci riportavano il pallone, come si porge una carezza. “Resteremo con i bambini a giocare” cantava Demis. E per ringraziarli li invitammo a giocare con noi.
Ferruccio

