Home STORIE (un po' di umanità)Heysel ore 19.20, la morte scende al tramonto

Heysel ore 19.20, la morte scende al tramonto

da Ferruccio Fabrizio

Quel biglietto della finale Juventus-Liverpool, lo ricordo ancora sul tavolo, nell’ingresso di casa. Mio fratello Francesco, studente al terzo anno di Medicina e juventino, lo aveva lasciato lì il giorno prima di partire da Napoli per Bruxelles, il tempo che io ci buttassi l’occhio.

Un dettaglio che mi angoscerà tutta la notte del 29 maggio 1985 violentata dalla notizia di 39 morti allo stadio, di cui non si sapevano i nomi, mentre la mia ferrea memoria cercava di ricordare se su quel tagliando non fosse scritto “settore Z”, quello della strage.

Avrei voluto rassicurare i miei familiari e me stesso, mia madre Gabriella raccolta nella disperazione in attesa di notizie che non arrivavano e mio padre Dario, medico che aveva da poco finito di visitare i pazienti nello studio. Papà ancora in camice bianco, si era affacciato nel soggiorno poco prima delle 20 per saggiare il clima di attesa della finale di Coppa Campioni che iniziava su Rai 2 alle 20.15.

Mi trovò in piedi, impietrito davanti alla tv, la morte in diretta, gli dissi che Bruno Pizzul aveva parlato di alcune vittime, mio fratello era lì allo stadio Heysel e papà scappò via non so dove. A casa avevo invitato un amico di Paestum, Peppe farfugliava frasi sconnesse, poco dopo se ne andò sotto choc, le mani nei capelli.

Avevo quasi vent’anni.  Quel 29 maggio il tramontò arrivò con l’angoscia che entrò nella casa di migliaia di famiglie italiane. Alle 19.20 era scoppiato l’inferno sulle gradinate dell’Heysel, gli hooligans ubriachi avevano sfondato il ridicolo cordone di polizia e aggredito innocue famiglie, che non trovarono via di fuga e si ammassarono, tanti morirono schiacciati, la pressione fece crollare il muro che li conteneva.

Non avevamo notizie di Francesco, non le avemmo fino a notte fonda. Non si conosceva il nome dei 39 morti. Le ore passavano e a Roma, nella redazione di Repubblica a piazza Indipendenza, l’altro mio fratello Giustino, giornalista a capo del politico, era in attesa delle foto segnaletiche delle vittime.

Erano forse le 4 di notte quando l’Ansa passò i nomi e i volti, lui li guardò uno a uno sfregandosi i baffi, fino al punto di perderli – mi disse poi mia madre.  Tra quelle 39 foto Francesco non c’era. Morirono 32 italiani tra cui due donne, 4 belgi, due francesi, un nordirlandese.

Mi racconterà Francesco, che quel giorno Bruxelles sembrava il terzo mondo, lo stadio un pollaio, cinque poliziotti separavano i tifosi inglesi, che lui era nel settore opposto a quello della strage dove è rimasto in piedi tutto il tempo, che ha visto in silenzio la partita giocata solo per dare tempo alla polizia di fare qualcosa, che non gli fu permesso neanche di fare una telefonata da una cabina, che la notte lui e due tifosi di sventura furono acquattati a terra alla stazione con un panino.

Da allora non l’ho più sentito parlare della strage dell’Heysel, le cose che ho scritto sono quelle che ricordo dopo quarant’anni.

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