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Jim Croce, che salvò i sogni in una bottiglia

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Se Jim Croce fosse ancora qui spenderebbe l’ultimo sogno, nel tempo che brucia anche la speranza. Gli occhi buoni, la chitarra dolce, questo splendido autore americano con vena malinconica e abruzzese, che ha ispirato anche Bruce Springsteen, entrò nel mio cuore mentre ascoltavo “I Got a Name”, grazie al caro amico Federico Tron, che mi precede di una generazione.

I suoi nonni emigrarono da Trasacco (L’Aquila) dove sono andato in cerca di una traccia con la mia Giovanna, i genitori operai desideravano per lui un lavoro “rispettabile”, Jim nato a Philadelphia diventò folk singer, consegnato alla leggenda dall’animo puro e dalla tragica morte.


“Sono pronto a difendermi solo con gli stracci” disse quando evitò di arruolarsi per il Vietnam, a 20 anni conobbe Ingrid che ne aveva 16, e arruolò il suo cuore, due ragazzini della Pennsylvania con una Volkswagen, pochi dollari e la musica in tasca. Lui cattolico, lei ebrea, tre anni dopo si sposarono con rito ebraico.

Nel campus di Villanova dove si laureò in psicologia era un leader con la chitarra, si fece 400 mila km (si quattrocentomila) in due anni per promuovere il primo album in duo con la moglie, ma non andò bene e sfiduciati si ritirarono in una fattoria, a suonare per 25 dollari a sera.
E poi, camionista, saldatore, volontario nell’esercito, arrangiava la vita, senza mai smettere di scrivere. Storie bellissime.
Soldi sempre pochi così un giorno vendette le sue chitarre, tranne una, un giorno arrivò un figlio e la rinnovata missione di farcela.
Nell’estate del ’73 la sua umanità country e un po’ blues volò in vetta alle classifiche, il sogno si avverava. Jim Croce toccò il cielo con un dito ma il cielo lo prese per mano, per sempre. Aveva 30 anni.

Il 20 settembre di 50 anni fa erano in sei, noleggiarono un aereo dopo un concerto in Louisiana, il pilota malato di cuore, l’infarto pochi secondi dopo il decollo, lo schianto su un albero di noci, l’unico albero della pista, morirono tutti, anche Maury Muehleisen, 24 anni, il buon amico biondo che lo accompagnava con la chitarra acustica.

Il giorno dopo la tragedia uscirono “I Got a Name” dedicata al padre scomparso un anno prima e “Photographs and Memories”, il giorno dopo la sua vita era un doloroso ricordo, una settimana dopo il figlio compì due anni.

Il piccolo Croce a quattro anni rimase cieco per un tumore al cervello causato dagli abusi del fidanzato della mamma e io quando lessi questa storia non credevo ai miei occhi, già lucidi per la tragica parabola del papà.
Il bimbo guarì e riprese a vedere, oggi Adrian James Croce è un bravo musicista di 52 anni e vive nella memoria del padre.

Quando Ingrid gli rivelò di essere incinta, quella stessa notte di fine dicembre ’70 Jim Croce scrisse “Time in a bottle”, aveva quasi 28 anni e il cruccio che il tempo di una vita non bastasse a realizzare tutti i sogni con le persone più care. E allora prese il tempo e i sogni e li salvò in una bottiglia.

Jim Croce 10 gennaio 1943 – 20 settembre 1973

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