Home STORIE (un po' di umanità)L’Iran, che uccide i suoi figli ogni giorno

L’Iran, che uccide i suoi figli ogni giorno

da Ferruccio Fabrizio

“Impiccalo più in alto” recita il film con Clint Eastwood, ambientato nel far west senza legge, ma qui la legge c’è e la forca è di Stato, tanti innocenti appesi perfino a una gru, giustiziati con il taglio della testa per educare al messaggio che pensare non conviene.

Si ammazzano fino a 26 persone in un solo giorno ma non è guerra tra bande né le bombe di un Paese nemico, è lo Stato che uccide i suoi figli perché i figli si ribellano, al padre violento e assassino.

Benvenuti nel Paese dei boia e di chi non molla, al primato mondiale di condanne a morte, l’Iran fanatico e disumano degli ayatollah.

Il massacro di circa 30 mila prigionieri politici nell’estate del 1988 è una lapide nella coscienza del mondo. Da allora le esecuzioni colpiscono dissidenti politici, beluci, turkmeni, arabi e curdi, vittime di tutte le età, comprese ragazzine di 13 e 14 anni e donne incinte, anziani, anche sunniti, baha’i, studenti, poeti, intellettuali, avvocati e attivisti ambientali. Le motivazioni ridicole.

A Shahroud nel nord, dove c’è la principale pista di lancio dei missili Shahab-3, son tornate anche le esecuzioni sulla pubblica piazza. Lo scorso novembre 126 omicidi di Stato e solo in due casi sono state rese note dai media di Stato, cinque persone sono state eliminate in segreto, neanche le famiglie hanno potuto sapere e rendere un ultimo saluto.

Negli ultimi tre mesi è iniziata la campagna internazionale della resistenza per salvare la vita di sei prigionieri politici Abolhassan Montazer (65 anni), Pouya Ghobadi (32), Vahid Bani-Amrian (32), Babak Alipour (33), Ali Akbar Daneshvarkar (57) e Mohammad Taghavi (58) condannati a morte dal Tribunale rivoluzionario iraniano dopo mesi di torture e processi sommari.

La pena di morte del regime iraniano è strumento di repressione politica, il “fascismo religioso” lo chiamano ormai tutti gli oppositori uniti da un unico incrollabile desiderio di libertà. Il fascismo religioso al potere è la fonte non solo delle esecuzioni all’interno ma anche da decenni la testa di serpente del terrorismo fuori dall’Iran.

I più attivi e clandestini sono i mujahidin del popolo, numerosi e presenti anche all’estero, guidati e non solo simbolicamente da una donna dal 1993, Mryam Rajavi. I mujahidin sono iraniani di orientamento repubblicano-democratico, per lo più musulmani, per nulla fondamentalisti. Sono loro che nell’indifferenza internazionale tentano di spingere il regime verso il collasso al costo della vita, grazie a loro è emersa la brutale repressione del 2024 con oltre mille persone impiccate, fucilate, decapitate.

Il momento è delicato e confidano che nel 2025 la crisi economica senza precedenti (inflazione al 40 per cento) apra la voragine e la sconfitta di Assad in Siria, altro criminale di Stato con mezzo milione di morti sulle spalle, incoraggi la speranza.

 Sabato 18 gennaio, davanti alla Corte suprema di Teheran, un dipendente del ministero della giustizia, ha sparato contro un gruppo di magistrati e ha ucciso due giudici, poi si è suicidato. I due giudici erano Mohammad Moghiseh e Ali Raziniresponsabile il primo del massacro di centinaia di prigionieri politici non allineati al regime, negli anni ottanta fu incaricato di giudicare i mojahedin ribelli e ha mandato a morire migliaia di oppositori e dissidenti.

“Il clima è terribile ma l’aumento delle esecuzioni è un segno di debolezza del regime, della sua disperazione e della necessità di spingere ora più che mai per un cambiamento” dice Virginia Pishbin, medico, attivista e presidente dei giovani iraniani in Italia. “E per questo che la resistenza ha organizzato una grande marcia a Parigi l’8 febbraio: “Iran libero 2025”.

Il mondo si accorge del massacro solo davanti a casi eclatanti come la morte di una turista, Mahsa Amini 23 enne curda in vacanza a Teheran arrestata il 14 settembre 2022 perché non copriva bene il capo e pestata a sangue in carcere.

L’Occidente finge di non vedere l’infinito inverno di  questo popolo e agli iraniani tocca confidare nella nuova primavera del rieletto presidente Usa, nemico dichiarato degli ayatollah. Ben sapendo che Donald Trump sta ai diritti umani come l’acqua al deserto.

Lo sanno bene i ragazzi delle unità di resistenza iraniane che si ispirano alla Rosa Bianca (il gruppo di studenti che si oppose alla Germania nazista), che non hanno paura di morire e a ogni tramonto cantano al mondo un solo grido di dolore: “Ogni giorno che ritardi e non resisti a questi inventori dell’inferno, la tua colpa cresce”.

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