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Sandro Mazzola, fuoriclasse in nome del padre

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𝐺𝑙𝑖 80 𝑎𝑛𝑛𝑖 𝑑𝑒𝑙 𝐵𝑎𝑓𝑓𝑜 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑎𝑚𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑙 𝐶𝑎𝑙𝑐𝑖𝑜

“Corri Ferruccio c’è Mazzola in tv…” sento ancora la voce di mio padre raggiungermi in fondo al corridoio, che a 9 anni mi sembrava infinito. Quel giorno lo feci alla velocità di Mennea, mentre il cuore mi batteva forte. Come sempre quando vedevo Sandro Mazzola.

L’ultima partita del Baffo fu il 3 luglio 1977, non proprio un bel regalo nel giorno del mio dodicesimo compleanno. Ma la mia infanzia era stata felice anche grazie a lui. Il figlio dell’immenso Valentino scomparso col Grande Torino nella tragedia di Superga è un romanzo del Calcio, scritto con le maglie dell’Inter e della Nazionale.
Mezzala trasformata attaccante da Herrera, come Crujff nell’Aiax ma con dieci anni di anticipo, capocannoniere con 7 gol in Coppa Campioni nel ’64, quando era solo un ragazzo di 21 anni. E a Crujff contese il Pallone d’Oro nel 1971.
Il dolore ha dischiuso il seme del suo cammino, “vorrei dicessero che ero bravo quasi come papà…spesso l’ho ritrovato nei sogni, che faccio ancora, ad occhi aperti”.
(Ferruccio Fabrizio)

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4 Commenti

Marco 26 Novembre 2022 - 12:58

Eh, sul grande Mazzola ce ne sarebbero di cose da dire, ma per me la principale è che è stato uno dei giocatori di calcio più forti che io abbia mai visto, soprattutto perché era uno dei pochissimi ( si contano sulle dita di due mani) che sapevano portare la croce e contemporaneamente cantare divinamente, mentre quasi sempre i calciatori sanno fare solo o l’una o l’altra cosa, compresi i fuoriclasse o presunti tali che tutti ricordano. Secondo me, fu proprio la troppa voglia di imitare il padre, quella volontà così forte di essere come lui, che ha limitato in qualche modo la carriera di Sandro e non gli ha consentito di entrare nella leggenda insieme ai veri o presunti fuoriclasse di cui parlavo: l’intuizione di Herrera era stata giusta, lui era perfetto come seconda punta, era il suo ruolo naturale ed era assolutamente eccellente in quello, ma voleva a tutti i costi retrocedere a centrocampo per seguire il modello del padre e sentirsi dire che era bravo come lui. Pertanto, dopo solo cinque stagioni da attaccante passate a discutere con il Mago, alla fine l’ebbe vinta lui e lasciò, troppo precocemente, l’attacco per passare al centrocampo, dove era comunque bravissimo ma non così versato come da attaccante, perché in fondo non aveva una vera, precisa collocazione: non era un trequartista, non era un’ala tornante, non era una vera e propria mezzala in senso tradizionale e soprattutto non era e non sarà mai il regista che aspirava ad essere. Così, anche in Nazionale passò un po’ da un ruolo all’altro e soprattutto finì per segnare relativamente poche reti (in tre edizioni dei Mondiali un solo gol, segnato nel 1966 quando, infatti, giocava da punta) rispetto a quelle che avrebbe potuto fare se fosse rimasto attaccante almeno fino ai Mondiali del ’70, dove avrebbe potuto affiancare Riva come centravanti di movimento; e questo, in un mondo che si ricorda di te principalmente se non soltanto per i gol, gli è costato il posto fra le leggende che avrebbe sicuramente meritato. E’ un vero peccato perché le sue qualità erano veramente fuori dal comune, così come le sue potenzialità, secondo me non sfruttate fino in fondo.

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Marco 29 Novembre 2022 - 12:03

Quasi nessuno poi ricorda – perlomeno, io l’ho sentito dire pochissime volte – che nel 1965 Mazzola fece con l’Inter una tripletta (o triplete, come si usa dire oggi) ancor più importante di quella dell’Inter di Mourinho del 2010, perché vinse il Campionato italiano, la Coppa dei Campioni e la Coppa Intercontinentale; e poteva trattarsi anche di uno storico poker se l’Inter non avesse perso la finale di Coppa Italia con la Juventus, con il consueto regalo arbitrale ai gobbi. Quello delle finali o partite decisive perse fu, d’altra parte, un’altra delle pecche della carriera di Mazzola che, insieme alle sue scelte sulla collocazione in campo, non gli ha consentito di entrare fra le leggende: infatti, perse con l’Inter lo spareggio-scudetto col Bologna del 1964, la nefasta partita a Mantova del maggio 1967 che costò uno scudetto alla Grande Inter e ne segnò la fine (qui Mazzola fu anche sfortunato perché colpì una traversa a pochi minuti dalla fine), due finali di Coppa Italia, quella già ricordata del 1965 e quella del 1977 contro il Milan che fu l’ultima partita di Mazzola, e due finali di Coppa dei Campioni, quella del 1967 contro il Celtic, dove comunque segnò su rigore l’iniziale vantaggio dell’Inter, e quella del 1972 contro l’Ajax; nonché, con la Nazionale, la finale mondiale di Messico ’70. E’ chiaro che quelle partite non le perse lui da solo, le perse la sua squadra, ma furono comunque tanti i momenti decisivi in cui non riuscì ad essere determinante come ci si poteva aspettare da un fuoriclasse come lui, o perlomeno a lasciare un segno; peccato, perché secondo me Mazzola, nonostante tutto, fu veramente uno dei più grandi calciatori di sempre. Infatti, limitandoci alla sua epoca (i confronti fra atleti di epoche diverse lasciamoli stare), se si esclude l’élite generalmente riconosciuta (Di Stefano, Pelé, Beckenbauer – il più grande di tutti, secondo me – e forse Cruijff, ma io avrei seri dubbi al riguardo), Mazzola era più forte degli altri: più forte di Rivelino, più forte di Eusebio, di Charlton, di Netzer, di Rivera, e nettamente migliore, per distacco, delle tante vere o presunte star all’epoca di moda per qualche anno (Best, Kempes, Keegan e compagnia cantante).

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Ferruccio 29 Novembre 2022 - 17:31

Ho spesso ricordato che l’Inter resta l’unico club italiano a aver vinto anche quel Triplete 1965, scudetto, Coppa Campioni e Coppa Intercontinentale nello stesso anno. Delle finali perse che hai citato (ma Mazzola ne ha vinte 5 storiche, compresa quella con l’Italia ’68) secondo me due furono al centro di cose poco chiare, lo spareggio col Bologna e la finale di Coppa Italia, cosi come lo scudetto perso a Mantova con l’arbitro che ci mise del suo insieme a Sarti.
Il Celtic fu sottovalutato nella finale del ’67, lo disse proprio Mazzola, era decisamente più scarso ma si rivelò più determinato. Nessun rimpianto contro Pelè, per me fuori concorso e decisamente il più grande di tutti e pochi contro l’Aiax di Crujiff. La finale del ’72 fu giocata male, senza Corso squalificato e Giubertoni out dopo 20 minuti, il primo gol infatti arriva su su un pasticcio di Oriali e Bordon e per quanto ci fosse il solito gran seguito di tifosi, giocare in Olanda non aiutò.
D’accordo con te, Mazzola è tra i più grandi della storia del calcio, superiore a quelli che hai citato

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Marco 3 Dicembre 2022 - 12:13

Sì, c’è stato certamente qualcosa di poco chiaro, per usare un eufemismo, in più di una partita decisiva dell’Inter di Moratti, che non era certamente amata nelle stanze del potere, anzi…, dopo i fatti del campionato 1960-61, e questo ha sicuramente influito sui risultati ottenuti in Italia; resta il fatto che i numeri sono purtroppo questi. Per chiudere su Mazzola calciatore si può infine ricordare come la sua carriera in Nazionale sia finita troppo presto a causa del suo ingiusto coinvolgimento nel fallimento della spedizione italiana a Monaco 1974: è vero che in quel Mondiale l’Italia fu un mezzo disastro, ma Mazzola era stato, insieme con Facchetti e forse Capello, uno dei pochissimi a salvarsi, anzi a fare decisamente bene, tant’è vero che fu incluso da una giuria di giornalisti internazionali nella squadra ideale dei migliori giocatori del torneo (e anche questo non l’ho quasi mai sentito ricordare da nessuno). Purtroppo, anche in questo caso non era riuscito a segnare nemmeno un gol e così non scampò alla “purga” che travolse la Vecchia Guardia nata dagli Europei del 1968, e cioè i vari Riva, Burgnich, Rivera, Anastasi, Boninsegna, ai quali fu accomunato nell’esclusione dalla Nazionale; l’unico a rimanere ancora per un paio d’anni fu Facchetti, mentre anche Mazzola avrebbe meritato di restare fino all’Europeo del 1976, cui la cosiddetta “Italia dei piedi buoni”(sic!) di Bernardini non riuscì a qualificarsi, e non solo perché aveva l’Olanda nel girone di qualificazione.
Tutto un altro discorso si potrebbe poi fare sulla carriera e i risultati di Mazzola come dirigente dell’Inter dopo l’abbandono del calcio giocato, nonché sul ruolo da lui svolto, se effettivamente c’è stato (lui l’ha sempre negato, ma…), come “dirigente di fatto”, mentre ancora giocava, nella fallimentare gestione dell’Inter di Fraizzoli del periodo 1972-1977, ma non è questa la sede né l’occasione giusta, magari ne riparliamo un’altra volta; qui mi piace solo ricordare la grandezza del Mazzola calciatore, che ci ha regalato vittorie e momenti indimenticabili.

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